Accoglienza a minori in difficoltà familiare in sinergia con i Servizi Sociali Territoriali ed il Tribunale dei Minori
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La storia del Villaggio del Fanciullo SOS di Trento
Un breve racconto lungo oltre 40 anni...
Il Villaggio SOS sorge nel 1963 per iniziativa di un gruppo di volontari che si riuniscono attorno alla dottoressa Zita Lorenzi – allora Assessore provinciale alla sanità ed assistenza sociale – ed al dott. Nilo Piccoli, Sindaco del capoluogo trentino.

All’epoca "i minori bisognosi" sono accolti negli istituti educativi ed assistenziali, collegi ed orfanotrofi, per lo più gestiti da religiosi, sovvenzionati dagli enti di assistenza pubblica mediante il pagamento delle rette mensili: gli istituti sono caratterizzati dallo stesso schema edilizio, con grandi aule, dormitori e dalla presenza dell’intera gamma di servizi, compresa la scuola equiparata in autogestione.

La povertà endemica delle popolazioni valligiane spinge le famiglie a ricorrere alle istituzioni educative ed assistenziali operanti sull’intero territorio provinciale…

Le statistiche parlano di oltre quattromila presenze annue…” (M. Zeni, Cuore di mamma vita di villaggio, Effe Erre Trento, maggio 2003).

La dottoressa Lorenzi, esercitando il suo ruolo istituzionale, promuove in Trentino la creazione del Villaggio Sos come nuova modalità di intervento a favore di bambini precedentemente istituzionalizzati.

E’ importante sottolineare questo perché il Villaggio è sorto con questa impronta di novità: non ha nulla a che vedere quindi con l’istituto tradizionale o con un successivo adattamento di questo.

Non appena ultimata la costruzione delle prime tre casette le richieste di accoglienza da parte dei Servizi sociali superano già di molto la disponibilità di posti al Villaggio, che quindi vive una graduale espansione: si aggiungono altre due case alle originarie, poi una terza, infine quella del Direttore (che per regolamento vive al Villaggio con la propria famiglia).

Le “Mamme” sono contattate soprattutto all’interno dell’Azione Cattolica Trentina: persone formate a pensare alla propria vita come ad un dono, oltre che per sé, per gli altri, che vedono quindi in ciò che fanno al Villaggio una missione.

Il Villaggio deve essere grato a queste persone che su concetti come il sacrificio, l’impegno e la responsabilità hanno

costruito, è proprio il caso di dire dal basso, le basi solide su cui ancora oggi poggia la Cooperativa. Non c’è carenza di Mamme ma nemmeno di bambini: in questo periodo ogni “Mamma” ne accoglie sistematicamente non meno di sei, più frequentemente sette-otto.

Sono bambini di solito piccoli, anche con meno di un anno al momento dell’accoglienza, spesso riuniti in gruppi numerosi di fratellini (che precedentemente hanno vissuto separati, in istituti diversi).

In armonia con le politiche sociali dell’epoca entrano al Villaggio con il progetto di rimanervi fino al raggiungimento della maggiore età quando, di solito, fanno rientro nella propria famiglia di origine. L’intervento dell’Assistente sociale tende a limitarsi alla fase di collocazione del bambino al Villaggio e, molti anni dopo, a quella delle sue dimissioni.

Crescono i bambini, diventando un gruppo di adolescenti: un po’ per far posto a nuove accoglienze, un po’ secondo il progetto pedagogico del Fondatore dott. H. Gmeiner, si pensa ad un nuovo servizio, collegato al Villaggio, chiamato “Casa dei giovani”.

Si tratta di una comunità, destinata ad ospitare gradualmente fino a quindici ragazzi, gestita da educatori. Per realizzare questo spazio viene utilizzata, sulla collina di Trento, una villa di proprietà dei Padri Venturini, in via dei Giardini.

E’ acquistata per il Villaggio di Trento attraverso l’intervento diretto del dott. Hermann Gmeiner cui viene intitolata. Siamo nel 1975. Tre anni dopo il Consiglio di amministrazione delibera l’ampliamento del numero delle case del Villaggio che nel 1979 diventeranno nove in tutto.

Nel frattempo nasce una costruttiva relazione fra Villaggio ed A.N.A. (l’Associazione degli alpini in congedo). Per onorare la memoria del loro cappellano, don Onorio Spada, gli alpini decidono di offrire al Villaggio la ristrutturazione di un vecchio rudere situato presso la Casa Gmeiner. Raccolgono i fondi necessari all’opera e, con le loro mani, procedono alla sistemazione della casa: ospiterà da subito (4 aprile 1982) una “famiglia Sos” gestita da una coppia di sposi.

La Baita dono Onorio, successivamente, diviene comunità residenziale per adolescenti, gestita da una equipe di educatori.

Quest’ultima esperienza in realtà prende l’avvio in un appartamento in città, donato da un benefattore.

Si apre in questo modo un’esperienza nuova che modifica significativamente l’idea della “Casa dei Giovani”: se quella era una struttura dedicata all’accoglienza di un gruppo numeroso di ragazzi,

la nuova comunità è destinata invece ad un piccolo gruppo con caratteristiche di spiccata autonomia.
Successivamente questa esperienza si apre non solo a ragazzi che giungono dal Villaggio ma anche direttamente dal territorio, su richiesta dei Servizi sociali.

Con l’entrata in vigore della nuova legge sull’affidamento (legge 4 maggio 1983, n. 184) si realizza all’interno del Villaggio un graduale ma significativo cambiamento. La legge nazionale propone infatti un progetto largamente innovativo: l’allontanamento del bambino dalla sua famiglia (ed il suo collocamento in altra famiglia, o in comunità o – ancora – in istituto) deve essere l’ultimo intervento dopo altri provati a sostegno della famiglia stessa.

Tale intervento deve poi avere natura temporanea ed essere inserito in un progetto di recupero della famiglia stessa nella quale il bambino deve fare rientro. Gli affidi vengono seguiti con molta maggiore attenzione dai Servizi sociali con cui ci si abitua a lavorare molto intensamente.

Arrivano nelle case del Villaggio bambini più grandicelli che presentano storie talvolta molto pesanti, storie che si trasformano di volta in volta in limiti, difficoltà e problemi anche molto particolari.

La casa del Villaggio mantiene il suo iniziale clima di “luogo famigliare” ma l’intervento delle “Mamme” diviene molto complesso.

E’ una stagione in cui si comincia a riflettere sull’adeguamento del modello del Villaggio, adeguamento inteso come arricchimento degli aiuti umani e materiali per ogni “Mamma”. In particolare ad ogni “Mamma” viene affiancata in casa una “Zia”.

La disponibilità dei benefattori si traduce nel tempo nella messa a disposizione di alcuni appartamenti in città: diventano luogo di nuovi progetti per maggiorenni, ormai ampiamente autonomi ma non ancora del tutto autosufficienti dal punto di vista delle risorse materiali.

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